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Testi sulla fotografia digitale tratti dalla Tesi di laurea
di Gaetano Caldarola (1996 Accademia di Belle Arti, Venezia).

I formati grafici

Prima di cominciare a parlare di formati grafici è bene precisare che, in genere, tutte le immagini digitalizzate, in particolar modo quelle di tipo fotografico, sono di tipo raster e non vettoriale. Il primo tipo di formato considera un'immagine come una composizione di una serie di pixel, mentre il secondo rappresenta una figura in base ad alcune proprietà degli elementi che la compongono. Cosicché, ad esempio, nella rappresentazione raster di un cerchio colorato, si deve tener conto di ogni singolo punto dell'immagine, mentre in quella vettoriale è sufficiente memorizzare, indipendentemente dalla risoluzione, soltanto poche informazioni come le coordinate del centro, la lunghezza del raggio, il colore. Il metodo vettoriale comporta un notevole risparmio di memoria, una maggiore velocità in lettura e scrittura e un controllo superiore a quello raster. Per fare un esempio, supponendo di dover operare una zoomata sulla figura di un cerchio, registrata con il metodo raster, si dovranno ricalcolare le coordinate e il colore d'ogni singolo pixel. Diversamente, se l'immagine fosse di tipo vettoriale, sarebbe sufficiente cambiare un solo parametro, in questo caso il raggio. Le immagini vettoriali, quindi, sono largamente utilizzate quando una figura deve mantenere alcune proprietà, indipendentemente dalle dimensioni, come nelle applicazioni che utilizzano scritte o disegni tecnici ma, sono assolutamente inutilizzabili come formato per la fotografia digitale. Trasformare un'immagine ricca di particolari e sfumature, quale è una fotografia, in vettoriale comporterebbe una notevole perdita di precisione cromatica e pesantezza nella rappresentazione, dato il gran numero di elementi (geometrici) che comporrebbero la figura.

La struttura di un file bitmap o raster, di qualsiasi formato esso sia, è quasi sempre la stessa. Una prima parte, denominata Header,(37) contiene l'identificatore del formato, che il più delle volte è un insieme di caratteri che ne indicano il nome, seguito dalle caratteristiche principali dell'immagine (dimensioni, numero di bitplane, ecc.), e dalle informazioni concernenti le zone del file dove è collocata, opportunamente codificata, la mappa dei bit, che quasi sempre può essere memorizzata in sistema standard o compressa. Spesso succede, però, che a causa di cattive o incomplete implementazioni, alcuni programmi applicativi (software) incontrino difficoltà nel leggere determinati formati, pur supportandoli. Quello appena citato è il caso di molti programmi che girano in ambiente MS-DOS e che prima di procedere all'interpretazione dell'header, portano a termine un test sull'estensione del file (per estensione s'intendono le lettere del nome del file che seguono il punto, e che sono al massimo tre su MS-DOS e in numero maggiore su Macintosh), il quale va rinominato se non è corrispondente a quanto espresso dal formato.

Il futuro dei formati grafici si annuncia alquanto caotico o, forse sarebbe meglio dire "frattale", giacché le più affascinanti ed innovative tecniche di compressione di un file grafico sfruttano il principio di autosomiglianza che, debitamente applicato, permetterebbe compressioni vertiginose, dell'ordine del 99,9%. Il professor Mandelbrot affermava che dietro concetti semplici ed intuitivi come una piccola formula apparentemente "sterile", potevano celarsi meravigliosi universi matematici. L'idea che in un'immagine ci sono delle parti che somigliano al tutto è alla base di queste nuove metodologie che implicano il dover individuare, all'interno di una figura, delle porzioni che si ripetono, seppur variate nelle dimensioni, in alcuni parametri (ad esempio la luminosità) e nella posizione. Si riuscirebbe, pertanto, a ricondurre un'immagine a dei pattern e ad alcuni loro attributi che ne permetterebbero la ricostruzione originale.

La prima cosa da stabilire, nel caso si voglia memorizzare un'immagine digitale, di tipo bitmap, è il modo con cui viene codificata la sequenza di bit che la rappresenta, vale a dire il formato di registrazione che le dovrà essere attribuito. Questo deve essere il più versatile possibile per fare in modo che l'immagine possa essere utilizzata con il più vasto numero di piattaforme hardware e programmi senza dover ricorrere a più o meno complicate operazioni di conversione. Ogni piattaforma di computer predilige, infatti, solo alcuni formati grafici e spesso molti software applicativi ne possiedono uno specifico. Quest'ultima particolarità è giustificata dal fatto che solo un formato di tipo proprietario è in grado di registrare le informazioni riguardanti particolari funzioni presenti nel programma. Per esempio, con PhotoShop, divenuto ormai il "portabandiera" dei software per fotoritocco, è possibile mantenere le informazioni relative alle maschere o ai livelli che compongono un fotomontaggio complesso, solo utilizzando il suo formato proprietario. Questo ha il pregio di semplificare sensibilmente successive elaborazioni della stessa immagine, ma ha anche il grosso svantaggio di essere interpretato solo da un numero limitato di programmi.

Nell'ambiente del desktop publishing i formati correntemente utilizzati per la registrazione di immagini di tipo fotografico sono essenzialmente quattro: TIFF, Jpeg, EPS e Kodak Photo CD. Da non dimenticare il TGA, il Gif (usato soprattutto in Internet), l'IFF(ILBM) e ultimo, ma non meno importante, il formato "ping".

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